PROGRAMMA DI DIAGNOSI PRECOCE E ANALISI DEL RISCHIO DI SVILUPPARE UN TUMORE

Giuseppe Toffoli

La consapevolezza che dietro le terapie c’è l’anima del paziente

Immagina dei minuscoli robot che aiuteranno a diagnosticare e curare il cancro. Non si tratta di fantascienza, ma del progetto che Giuseppe Toffoli sta guidando grazie ad AIRC e alle donazioni dei cittadini. Classe 1954, nato a Sacile, in provincia di Pordenone, concreto e autentico come la sua terra, Toffoli è direttore della Farmacologia al Centro di riferimento oncologico di Aviano. “Qui la nanotecnologia si è messa al servizio della medicina, portiamo avanti un lavoro d’équipe con oltre 100 tra ricercatori, chimici e ingegneri. Abbiamo creato due prototipi, due piccoli marchigegni che assomigliano a quelli che i diabetici usano per misurarsi la glicemia. Il primo fa un piccolo prelievo di sangue e in tempo reale trova quelle sostanze, come le proteine, che vengono prodotte dalle cellule tumorali nel cancro all’ovaio, al pancreas e alla mammella e quindi preannunciano allo specialista la malattia e gli indicano la terapia da usare. Il secondo dispositivo, invece, rileva, con una piccola incisione sul polpastrello, alcuni valori che dicono come dosare i farmaci per i tumori gastroenterici e per la leucemia mieloide cronica. Un piccolo gesto che il malato, magari, potrà fare anche a casa sua, in tempo reale. Insomma, siamo davvero soddisfatti perché il progetto potrebbe avere presto ricadute pratiche che miglioreranno la quotidianità dei pazienti”.

La parola pazienti ricorre spesso nelle frasi del professor Toffoli. “Li considero la mia guida. La soddisfazione più grossa? Quando le persone vengono qui ad Aviano dopo tanti viaggi della speranza da un ospedale all’altro e noi riusciamo ad aiutarli”. Così il lavoro non è solo un dovere, ma qualcosa di più, una missione. “Già, però questo termine a volte ci fa sembrare dei fanatici, degli scienziati fuori dal mondo. Allora preferisco usare il vocabolo passione. Infatti, quando mi chiedono i miei hobby, rispondo che se posso scegliere vengo in laboratorio, anche se la mia famiglia (la moglie e i 3 figli, ndr) non fa i salti di gioia. Loro sono il mio porto sicuro, sarei una nave allo sbaraglio se non fossero al mio fianco”.

La vita lontana dal microscopio è fatta anche di sport. “Mi piace soprattutto seguirlo. Da giovane facevo l’arbitro di pallacanestro e conservo ancora il pallino per regole, squadre, punteggi. In occasione dei grandi eventi, come le Olimpiadi, mi concedo delle scorpacciate di sport in tv. Per quanto riguarda la pratica, invece, amo le camminate in montagna, le vette che ti fanno sentire piccolo, l’aria pulita che ti rigenera. Pensi, io credo molto nell’innovazione in ogni campo, non solo nella scienza, e ritengo che sia l’unico motore che ci farà uscire dalla crisi. Eppure a volte pretendiamo troppo dalla tecnologia. Passeggiare ad alta quota mi fa riscoprire la complessità dell’esistenza, mi ricorda che quell’uomo che cerco di guarire con farmaci e dispositivi futuristici possiede anche un’anima, un arcobaleno di emozioni e caratteristiche che lo rendono davvero unico”.

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A cura della redazione di Donna Moderna