PROGRAMMA DI DIAGNOSI PRECOCE E ANALISI DEL RISCHIO DI SVILUPPARE UN TUMORE

Anna Falanga

L’intuizione per capire l’organismo, la costiera amalfitana per trovare l'ispirazione

“I miei peccati? Sono soprattutto di gola: ho una grande passione per i salumi”. Dopo che ha confessato il suo tallone d’Achille, Anna Falanga sembra quasi arrossire. Classe 1953, dirige il dipartimento di Immunoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo. È una bella signora dai modi garbati, con una timidezza d’altri tempi. “Non sono molto espansiva, mi lascio andare soprattutto con gli amici di vecchia data. Ma il mio difetto peggiore è la pignoleria, me lo dicono in tanti. Vado a caccia dei dettagli, chiedo il perché di ogni cosa, anche nella vita privata”. Forse si tratta di deformazione professionale, è quella voglia di capire e scoprire che è diventata il faro della sua carriera. “La ricerca è la mia vita: è emozionante vedere che gli altri credono in me e trovo fantastico il fermento che nasce da un’intuizione”.

La sua prima intuizione è stata il legame tra cancro e trombosi, un tema che continua ad approfondire grazie al Programma 5 per mille. “Dal 2012 coordino un team di 30 colleghi con l’obiettivo di identificare alcuni marcatori della trombosi che segnalino anche lo sviluppo di una neoplasia. Per farlo abbiamo arruolato migliaia di persone, sia sanissime perché donatrici di sangue, sia colpite da diverse forme tumorali. Le stiamo monitorando per trovare questi indicatori, queste sostanze spia di entrambe le malattie. Una volta scovati, basterà un semplice esame del sangue per rilevarli. Questo poi ci permetterà anche di studiare terapie più efficaci, personalizzate per ogni paziente. È un progetto molto particolare, unico nel suo campo, e di grandi dimensioni: non è stato facile creare e organizzare una banca biologica con migliaia di campioni”.

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Ma le sfide non hanno mai spaventato questa professoressa di origine napoletana. “Anche nei momenti di massimo sconforto penso che ce la farò e troverò la soluzione. Ecco, su questo fronte mi è mancata la solidarietà femminile. Invidio agli uomini la capacità di fare squadra e di sostenersi l’un l’altro. Avere una spalla è fondamentale per affrontare meglio i problemi. Quando sembrano insormontabili provo a staccare: d’inverno amo le ciaspolate nelle montagne di Foppolo, d’estate le nuotate nella costiera amalfitana, in quel mare che mi ricorda l’infanzia e che oggi è splendido come allora”.

Il tuffo nel passato porta con sé un po’ troppa nostalgia, allora la professoressa Falanga si proietta nel futuro. “Il tempo che passa mi fa paura, ma a chi non lo fa? E poi ho ancora così tanto da fare. Il sogno più grande riguarda proprio la mia professione: desidero che tutti i progetti a cui sto lavorando diventino realtà, che le teorie e i numeri si trasformino in test, cure, in aiuti concreti per i malati. Vorrei anche vedere mia figlia Francesca soddisfatta e felice. Spesso ho temuto di sbagliare con lei, anche mio marito fa il ricercatore e ci siamo sempre rimproverati le tante assenze, le trasferte. Ma Francesca ha seguito la nostra strada e oggi fa il medico ematologo. Quindi non le abbiamo dato un brutto esempio, non crede?”.

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A cura della redazione di Donna Moderna