PROGRAMMA DI DIAGNOSI PRECOCE E ANALISI DEL RISCHIO DI SVILUPPARE UN TUMORE

Aldo Scarpa

Un combattente fiero di essere cresciuto per strada

“Nella scuola in cui ho frequentato le medie c’erano 380 studenti. Abbiamo proseguito gli studi solo in 2”. Quando chiedo ad Aldo Scarpa, direttore del Centro di ricerca applicata sul cancro ARC-Net (che ha fondato all’università di Verona), di raccontarmi la sua carriera, non ha dubbi e inizia proprio da questo episodio.

Sono nato a Napoli nel 1956, sono cresciuto per strada e non è una metafora, allora era la norma. Ne sono orgoglioso, perché la quotidianità e la mia famiglia di origini contadine mi hanno insegnato davvero il significato della parola determinazione. Sono un combattente. Non mi definirei uno studente modello, ho incassato bocciature e rifiuti, che però non mi hanno mai fermato. Davanti a un no cercavo il piano B, la strada alternativa: magari si dimostrava più lunga ma mi portava comunque dritto all’obiettivo”. Ovvero la laurea in Medicina, la specializzazione o poi la ricerca in Anatomia patologica, branca in cui è considerato un luminare. “Pensi, ho cominciato negli anni ottanta proprio con una borsa AIRC, l’associazione era nel mio destino!”.

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Da allora sono passati quasi 30 anni e il presente si dipana nel programma 5 per 1000 sul cancro al pancreas. “È  sempre stato uno dei più tosti (usa proprio questa parola, ndr). Ogni anno colpisce circa 9.000 persone e se prima la sopravvivenza si fermava intorno ai 6 mesi, ora parliamo di anni. Con il mio team abbiamo catalogato diverse sottoclassi del tumore e per ciascuna abbiamo fatto la mappa genetica, un vero identikit, una carta d’identità che racconta la malattia nel dettaglio. Questo ci permette di personalizzare al massimo la terapia. Stiamo proseguendo su questo fronte con lo studio di cure specifiche e mirate. Inoltre, abbiamo anche dimostrato che in tale patologia c’è molta più famigliarità di quanto si pensasse, quindi è indispensabile monitorare anche i parenti dei malati”.

Il professor Scarpa usa sempre il plurale e sottolinea la centralità del lavoro di squadra. “Prima mi sono definito un combattente. Per lottare serve un valido esercito e uno degli aspetti che mi rende più orgoglioso di questo progetto è aver potuto formare e assumere tanti giovani. Mi piace dialogare con loro: hanno una mentalità così aperta e dinamica”. Il confronto con i giovani questo scienziato dal sorriso aperto lo vive anche a casa.

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“Ho 2 figli: la grande ha 21 anni, il piccolo 19. Lui è il tipico teenager moderno, lei sta studiando per diventare maestra e mi piace la passione che traspare in quello che fa. È stata a Londra e si è pagata le scuole di teatro e canto lavorando. Proprio come facevo io alla sua età: che bellezza quelle estati trascorse a dividermi tra mille impieghi… Dovevo finanziarmi gli studi, le vacanze e, ovviamente, le mie piccole follie, che sono le stesse di oggi. Al primo posto, la moto. Ho iniziato con una Gilera usata e oggi scorrazzo ancora con le due ruote per le campagne venete.  Posso confessarlo? In questi momenti mi sento ancora quel ragazzino che sognava di essere ricchissimo e libero. Ecco, sul primo punto non ci ho azzeccato, ma la scienza mi ha regalato la libertà di conoscere e scoprire senza limiti”.

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A cura della redazione di Donna Moderna