Programma di diagnosi precoce e analisi del rischio di sviluppare un tumore

La coagulazione è il campanello d’allarme per il cancro

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Si parte da due gruppi di persone sane
(donatori volontari di sangue + soggetti
dello studio Moli-Sani).
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Vengono raccolte informazioni sulla
salute e gli stili di vita delle persone
coinvolte nello studio.
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Vengono raccolti campioni
di sangue.
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Le informazioni sono conservate
in appositi database.
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I campioni sono conservati
in apposite biobanche.
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Si analizzano i marcatori
della coagulazione.
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Vengono identificate molecole
che possono predire il rischio di
tumore.
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Vengono sviluppati nuovi test
per predire il rischio.
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Si parte da un gruppo di persone
già malate di tumore.
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Vengono raccolte informazioni
sulle persone coinvolte e sulla
malattia.
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Vengono raccolti campioni
di sangue.
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Le informazioni sono conservate
in appositi database.
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I campioni sono conservati
in apposite biobanche.
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Si analizzano i marcatori
della coagulazione.
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Vengono identificate molecole
che possono predire la prognosi
della malattia.
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Vengono sviluppati nuovi test
semplici ed economici per
predire la prognosi.
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Screening dello stato di ipercoagulabilità come strumento per valutare il rischio, la diagnosi precoce e la prognosi nel cancro.

Esiste uno stretto legame tra la trombosi e lo sviluppo del tumore. In particolare, il fenomeno chiamato “ipercoagulabilità”, che indica la tendenza del sangue a formare coaguli (trombi) con una frequenza maggiore del normale, è tipico del cancro. Il programma HYPERCAN (Hypercoagulation and Cancer), coordinato da Anna Falanga dell’Azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ha lo scopo di studiare meglio questo legame e si divide in due sottoprogrammi: uno coinvolge oltre 30.000 persone sane e un altro, invece, coinvolge circa 4.000 pazienti con tumori gastrointestinali, della mammella e del polmone. Analizzando il sangue dei partecipanti sani si misurano le concentrazioni di molecole che sono marcatori della coagulazione – alcuni già noti, altri più nuovi e innovativi. Lo scopo è individuare fra queste, le molecole che possono indicare un aumento del rischio di sviluppare un tumore o la presenza del cancro in fase iniziale. Analisi simili, condotte in pazienti con il tumore, possono evidenziare se tali marcatori siano associati a una prognosi migliore o peggiore e se possano far prevedere la risposta alla terapia. Il tutto con l’obiettivo finale di mettere a punto strumenti semplici e relativamente poco costosi da utilizzare in clinica.

Quello portato avanti dai ricercatori guidati da Anna Falanga è un programma innovativo perché rappresenta il primo caso di uno studio prospettico di così grandi dimensioni per valutare il legame tra la coagulazione del sangue e il cancro. Come spiegano i ricercatori, infatti, tutto quello che oggi si conosce sull’argomento è frutto di studi condotti in laboratorio, con modelli animali o con piccoli gruppi di pazienti, mentre in questo caso si punta a grandi numeri, coinvolgendo nella ricerca migliaia di persone sia sane sia affette dal tumore. Lo scopo finale è capire se quanto è già noto dal punto di vista della biologia di base possa essere trasferito nella pratica clinica, sia in relazione al rischio di ammalarsi di cancro, sia per capire quale potrà essere il decorso della malattia.
Essere i primi ha di certo molti vantaggi, ma crea anche nuove sfide: si tratta di costruire da zero un progetto molto complesso, che richiede strutture e personale adeguato e un grande sforzo per coordinare la ricerca clinica con quella di base. La prima e fondamentale parte del programma è stata dunque la creazione degli strumenti di lavoro: sono state fisicamente aperte le biobanche dove conservare i campioni, definite le strutture per portare avanti la parte sperimentale e le strategie per coinvolgere i volontari per lo studio con i soggetti sani. Sono anche stati creati i questionari da utilizzare per raccogliere informazioni sui partecipanti e gli strumenti informatici per analizzare i dati raccolti.

Per cercare i marcatori della coagulazione che possano aiutare a precedere o a diagnosticare il tumore in fase precoce, i ricercatori sono partiti da due gruppi molto grandi di persone sane (o meglio senza tumore). Il primo gruppo è composto da donatori di sangue prevalentemente lombardi, che sono sottoposti a due prelievi di sangue, uno al momento dell’ingresso nel progetto e uno dopo 6-12 mesi. Da novembre 2012, l’inizio dell’arruolamento, sono stati già coinvolti circa 6.000 donatori, il 60 per cento dei 10.000 previsti, e per metà di loro sono già stati eseguiti entrambi i prelievi. Procede in parallelo anche l’analisi dei questionari sullo stile di vita che fornisce importanti informazioni oltre a quelle che si possono ricavare dal prelievo di sangue. Il secondo gruppo di persone è rappresentato invece dai partecipanti allo studio MoliSani, che ha coinvolto circa 26.000 persone della regione Molise, e delle quali sono disponibili informazioni sullo stile di vita e prelievi di sangue da analizzare. Dal progetto sono stati esclusi tutti coloro che avevano già una diagnosi di tumore. A fine 2015 circa un quarto dei prelievi effettuati è giunto ai laboratori bergamaschi per l’analisi.

Alcuni volontari – sia donatori di sangue sia partecipanti allo studio MoliSani – coinvolti nel programma di ricerca coordinato da Anna Falanga hanno sviluppato un tumore dopo l’ingresso nello studio. Alla fine del 2015, nel gruppo dei donatori sono stati diagnosticati 31 casi di tumore (tra i quali colon, prostata, mammella e polmone), mentre nel gruppo dello studio MoliSani – già seguito da lungo tempo – le diagnosi sono state circa 1.000.
Analizzando i livelli di diversi marcatori della coagulazione, i ricercatori puntano a identificare quelli più promettenti da poter utilizzare in un modello di rischio che, per la prima volta, riescano a diagnosticare un tumore precocemente o a identificare le persone con maggior rischio di malattia.
I primi dati ottenuti, seppur ancora molto preliminari, sembrano accendere i riflettori su alcuni marcatori come possibili campanelli di allarme per il rischio di tumore. Si tratta in particolare di t-PA, PAI-1 e D-dimero, i cui livelli particolarmente alti sembrano indicare un maggior rischio di tumore. Nel tempo questi risultati verranno confermati o modificati sulla base dell’analisi di altri campioni e serviranno anche a selezionare, nell’ampio pannello di molecole previste inizialmente nel programma, quelle più promettenti sulle quali continuare le ricerche.

I livelli di alcuni marcatori presenti nel sangue potrebbero aiutare anche chi ha già sviluppato un tumore e deve fare i conti con le terapie. Ecco perché nel programma coordinato da Anna Falanga sono coinvolte anche persone che hanno già una diagnosi di cancro e si trovano in diverse fasi della malattia, da quelle iniziali a quelle in cui il tumore è diffuso e in metastasi. In questo caso non si cercano strumenti per arrivare alla diagnosi (che già c’è), ma piuttosto molecole che possano aiutare a capire quale sarà il decorso della malattia e quale sarà la migliore risposta al trattamento.
Prosegue quindi il coinvolgimento dei pazienti che, al termine del 2015, era giunto al 60 per cento circa (2.377 pazienti su un totale previsto di 4.000). In particolare, si è raggiunto il numero previsto dei pazienti con tumore del polmone (500), è molto avanzato l’arruolamento dei pazienti con tumore della mammella (1.500 pazienti previsti), mentre si sta faticando un po’ per il gruppo dei pazienti con tumore gastrointestinale. Dal momento che, rispetto al programma dedicato a volontari sani, cambia l’obiettivo dello studio, cambiano anche le modalità di raccolta dei campioni. Resta il prelievo di sangue all’inizio dello studio, mentre i tempi dei successivi prelievi cambiano a seconda che il tumore sia limitato oppure siano già presenti metastasi.

Sono attualmente in corso le analisi dei campioni di sangue prelevati dai pazienti con tumore già diagnosticato e coinvolti nello studio, alla ricerca di segnali che possano predire l’andamento della malattia (ritorno del tumore dopo le cure, maggiore aggressività eccetera) o la risposta ai farmaci.
I primi risultati, preliminari poiché ottenuti solo in una parte della popolazione finale, ci sono e già mettono in luce alcune molecole potenzialmente importanti per raggiungere gli obiettivi del programma, in particolare D-dimero, fibrinogeno e TG (Thrombin Generation). In dettaglio ecco cosa emerge dalle analisi:

  • i) i livelli di fibrinogeno e D-dimero valutati da soli o in combinazione sono utili per predire la sopravvivenza nella popolazione totale;
  • ii) dopo che il tumore è stato asportato con la chirurgia, alti livelli di TG sono associati a una maggiore probabilità che la malattia ritorni;
  • iii) alti livelli di TG aiutano a predire il tromboembolismo venoso nella popolazione totale dei pazienti. Nell’ultimo caso si è visto che, aggiungendo anche il valore di TG in modelli già esistenti per predire il rischio trombotico, è possibile identificare con più precisione i pazienti a rischio di sviluppare tromboembolismo venoso.

Anna
Falanga

Attualmente direttore del dipartimento di Medicina trasfusionale ed ematologia della Provincia di Bergamo, Anna Falanga ha iniziato il suo percorso medico a Napoli dove ha conseguito la laurea e l’abilitazione in Medicina e chirurgia. Dopo la specializzazione in medicina interna all’Università di Napoli e in ematologia all’Università di Verona, si focalizza sull’ematologia, prima con la specializzazione in ricerca farmacologica all’Istituto Mario Negri di Milano e, poi, con un periodo di due anni presso la University of Colorado School of Medicine di Denver, negli Stati Uniti. Tornata in Italia si trasferisce all’azienda ospedaliera di Bergamo, dove ha ricoperto per parecchi anni il ruolo di dirigente medico presso la Divisione di ematologia, e poi è passata al ruolo di direttore della Struttura complessa di Immunoematologia e medicina trasfusionale e Centro emostasi e trombosi. Il suo interesse principale è ormai da diversi anni lo studio del legame tra cancro e trombosi. Negli anni, ha svolto incarichi prestigiosi in diverse società scientifiche ed è stata presidente di diversi comitati scientifici. È stata membro del consiglio direttivo dell’European Hematology Association e della Commissione attività formative della Società italiana di ematologia. È professore a contratto presso la Scuola di specialità in ematologia all’Università di Milano Bicocca. Ha al suo attivo la pubblicazione di oltre 200 articoli e l’edizione di 13 volumi scientifici. Ha organizzato molti corsi e congressi, fra i quali otto edizioni del Congresso internazionale biennale su trombosi e cancro. Nel 2009 le è stato assegnato il premio BACH Investigator Award della Società internazionale di trombosi ed emostasi (ISTH). Nel 2015 le è stata assegnata la Harold R. Roberts Medal dell’SSC dell’ISTH. Attualmente è presidente della Società italiana di emostasi e trombosi.

  • Falanga Anna, Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII (Bergamo)
  • Labianca Roberto, Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII (Bergamo)
  • Gasparini Giampietro, ASL Roma E (Roma)
  • Iacoviello Licia, I.R.C.C.S. Istituto Neurologico Mediterraneo NEUROMED (Pozzilli)
  • Santoro Armando, Fondazione Humanitas per la Ricerca (Rozzano)
  • De Braud Filippo, Fondazione I.R.C.C.S. Istituto Nazionale dei Tumori (Milano)
  • D’Alessio Andrea, Istituti Ospedalieri Bergamaschi S.r.l. (Osio Sotto)
  • Barni Sandro, Azienda Ospedaliera Treviglio-Caravaggio (Treviglio)

Le unità operative si riferiscono al bando attuale

Intervista a Carmen Tartari (program manager del programma)

Bergamo TV – gennaio 2017 – minuto 2:03

http://www.bergamotv.it/bgtv/incontri/-30753/SI_SPBEBTV1852282/

Questo programma è stato realizzato grazie ai fondi raccolti col 5 per mille. Scopri di più

  • NOME DEL BANDO

    Programma di diagnosi precoce e analisi del rischio di sviluppare un tumore

  • RESPONSABILE

    Anna
    Falanga

  • ISTITUTO OSPITANTE

    Azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII – Bergamo

  • IMPORTO STANZIATO

    € 4.003.909,69

  • UNITÀ OPERATIVE

    8

  • NUMERO RICERCATORI

    45

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